Il potere delle emozioni

emotions-quiz-origFelicità, imbarazzo, dispiacere, paura, euforia, preoccupazione… l’elenco delle parole che possiamo usare per descrivere i nostri stati d’animo potrebbe continuare all’infinito. Stati d’animo è però un termine generico, e in alcuni casi è più corretto parlare di emozioni e sentimenti.

Ma quali sono le differenze? Come facciamo a distinguere le emozioni dai sentimenti?

In linea generale, possiamo dire che sono entrambi stati di attivazione psicologica e fisiologica che si manifestano in risposta a un cambiamento dell’ambiente fisico, sociale o mentale. In particolare, i neuroscienziati descrivono le emozioni come l’insieme delle risposte osservabili in seguito all’attivazione di un determinato stato corporeo connesso a specifiche immagini mentali. I sentimenti, invece, si riferiscono all’esperienza che ciascun individuo fa di tali cambiamenti, ovvero all’esperienza privata delle emozioni.

Un’altra importante differenza è che le emozioni sono stati emotivi di breve durata e transitori, mentre i sentimenti possono rimanere attivi per un periodo più lungo.

Nella relazione di Counseling, in un lavoro di esplorazione emotiva profonda, le emozioni costituiscono una risorsa preziosa. In quanto adattive, infatti, sono per definizione positive, e la distinzione fra positive e negative va interpretata piuttosto nel modo in cui le stesse sono vissute dall’individuo, come piacevoli o spiacevoli.

Nel setting di Counseling, evocare le proprie emozioni e poterle rielaborare, consente al cliente di entrare in contatto con se stesso ed individuare i propri bisogni.

Le emozioni, quindi, sono un elemento imprescindibile per preparare e motivare le persone a fronteggiare gli eventi della vita e a massimizzarne il benessere. 

Il Counselor è…

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Sebbene stia diventando sempre più una professione conosciuta e apprezzata anche in Italia, capita ancora spesso che le persone chiedano chiarimenti in merito alla figura del Counselor.
In effetti non è sempre semplice definire l’ambito d’intervento del Counselor, e allora questa volta ho deciso di farlo prendendo a prestito la definizione del Dizionario Internazionale di Psicoterapia.
Il Counselor è un agevolatore della relazione di aiuto che sostiene il cliente nel processo di consapevolezza per una maggiore autonomia rispetto alle scelte di vita.
È un professionista che lavora sulla salute e sul benessere psicofisico, orienta, sostiene e sviluppa le risorse della persona.
Le competenze di base del Counselor sono relative al saper essere una persona empatica, congruente, autentica, consapevole dei propri valori, sensazioni e pensieri, disponibile all’accettazione incondizionata.
Il Counselor utilizza molte tecniche: ascolto attivo che evita giudizi e interpretazioni; esplorazione con domande aperte e chiuse; chiarificazione per incoraggiare l’elaborazione; parafrasi per aiutare il cliente a focalizzare il contenuto del suo messaggio ed enfatizzarlo quando l’attenzione sui sentimenti è prematura; riformulazione per incoraggiare a consapevolizzare ed esprimere emozioni, sperimentarne l’intensità per poterle gestire; delucidazione per connettere elementi multipli, identificare un tema ricorrente e fare il punto per ulteriori obiettivi.
La relazione costruita è fatta, così, di riconoscimento, rispetto e congruenza, e favorisce l’auto-comprensione e l’auto-esplorazione.
[Claudia Montanari in Dizionario Internazionale di Psicoterapia, 2012]

Il salvagente: il Counseling spiegato con una storia

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Sono in acqua, arranco, non riesco a stare a galla. Il mare è molto mosso, la riva lontana. Gambe e braccia pesanti, il pensiero poco lucido. Mi mancano le forze, sento che sto per affogare. Grido per chiedere aiuto ma nessuno arriva. Tutti pensano che il mare non sia poi così agitato e poi io so nuotare bene, posso cavarmela da sola. Continuo ad urlare, finché anche la voce si affievolisce. È finita, non ce la faccio più. Non ho più voglia di sbracciarmi, sono stanca. Sento che sto per essere inghiottita ed è quasi un sollievo.

Alla fine però qualcuno arriva, ma non si getta in acqua avventatamente, rischiando la sua stessa vita. No, lui mi lancia un salvagente, dove io possa aggrapparmi per riprendere le forze e riacquistare la lucidità. E intanto è lì che mi osserva, lo sento, so che c’è. Poi piano piano entra in acqua, si avvicina, ce l’ho accanto, e anche se so che non sarà lui a condurmi a riva perché dovrò farlo da sola, so che capisce quello che provo e che mi aiuterà a scoprire perché vedo in burrasca un mare appena agitato e soprattutto perché ho tanta paura di tornare a riva.

Questo è per me il Counseling.

Compito del Counselor è favorire lo sviluppo e l’utilizzazione delle potenzialità del cliente, aiutandolo a superare quei problemi che gli impediscono di esprimersi pienamente e liberamente nel mondo esterno. La vera trasformazione, comunque, spetta solamente al cliente: il Counselor può solo guidarlo, con empatia e rispetto, a ritrovare la libertà di essere se stesso, risvegliando la creatività, i talenti, e le responsabilità verso la propria vita e le proprie scelte.

Counseling: un viaggio dentro se stessi

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Mettere ordine tra le proprie emozioni è un processo che dura tutta una vita, ma come dice un famoso detto cinese: “Anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo”. Ricevere aiuto da un professionista può fare la differenza nell’iniziare il viaggio con il piede giusto.

A tutti capita prima o poi di sentire che qualcosa nella propria vita non sta procedendo nel modo giusto, e di avere al tempo stesso la sensazione di non conoscerne le cause, né le possibili soluzioni.

Sappiamo semplicemente che una situazione, una relazione o un evento stanno ostacolando la nostra felicità.

In questi casi, un percorso di Counseling può aiutare ad essere maggiormente consapevoli delle dinamiche comunicative, emotive e relazionali proprie e degli altri, e dunque portare ad acquisire le informazioni che servono per conoscere, affrontare e trovare soluzioni utili per risolvere il problema che vi affligge.

Ma se è vero che rivolgersi a un professionista della relazione d’aiuto può essere liberatorio in molti sensi, ciò richiede anche una grande apertura mentale e la disponibilità a mettersi in discussione facendo cadere le maschere che spesso si è costretti a indossare nella vita quotidiana, ed è per questo che può suscitare comprensibili timori.

Se sentite il desiderio di mettervi in gioco e affrontare un problema che vi sta a cuore con l’aiuto di un Counselor, ricordate che:

  • Da un Counselor riceverete un’opinione neutrale

Molti pensano erroneamente che le persone a loro più vicine siano le migliori “spalle su cui piangere”. Tuttavia, spesso tale vicinanza non consente di vedere le cose nella giusta prospettiva, e il coinvolgimento emotivo ostacola la lucidità di pensiero necessaria per un’azione proattiva ed efficace.

Un professionista esperto e preparato, e non coinvolto in una relazione personale, può darvi l’opportunità di vedere una situazione con maggiore chiarezza, e aiutarvi a scegliere le opzioni possibili in un ambiente sicuro e senza pressioni.

  •  Chiedere aiuto non è sinonimo di debolezza

Lo scoglio principale per molti è la convinzione che il ricorso a un aiuto esterno sia un segnale di debolezza. In realtà, intraprendere un percorso di Counseling è una scelta consapevole e intenzionale, che non può e non deve essere imposta da nessuno.

Il Counseling aiuta a valutare in maniera profonda e obiettiva i propri stati d’animo, e comprendere a fondo le proprie emozioni impedisce che queste ci portino a prendere direzioni che siano controproducenti per una felicità a lungo termine.

 

 

Il potere della narrazione nel Counseling

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Uno dei vantaggi del mio lavoro è quello di ascoltare le storie delle persone da una posizione privilegiata, ogni volta che un cliente mi consente di entrare nella sua vita e di esserne testimone.

Il mio lavoro non consiste solo nell’ascoltare ciò che viene detto, ma soprattutto nell’aiutare il cliente a raccontare la sua storia e a tradurre in parole i sentimenti e le emozioni più profonde e nascoste, per osservare il non detto, per mettere insieme pezzi che sembrano scollegati tra loro ma che in realtà servono a dare un senso al tutto.

Come in letteratura, nei film e nella vita reale, anche nello studio del Counselor la narrazione possiede l’innegabile potere di aiutare le persone ad entrare in contatto con le loro parti più intime e segrete. Eppure esistono storie tristi e tragiche nelle quali alcuni restano intrappolati, storie che le persone si trascinano dietro come fardelli e che continuano a ripetere fino quasi a identificarsi completamente con esse, fino a farle coincidere con le proprie credenze su se stessi, sugli altri, sul mondo e sul futuro.

E allora tutto appare filtrato da quei racconti, e così la fine di una relazione è l’ennesima conferma che nessuno potrà mai amarci, il commento negativo di uno sconosciuto sarà il segnale della cattiveria della gente, e uno sfortunato incidente la prova che il mondo è un luogo crudele e pericoloso. 

Tuttavia, se è vero che spesso non possiamo controllare ciò che ci capita, possiamo però sicuramente controllare il modo in cui interpretiamo un avvenimento, il significato che gli diamo e il racconto che ne facciamo a noi stessi. Possiamo scegliere a quale storia credere e decidere di mettere da parte quella che non ci serve più.

Possiamo scegliere di iniziare a scrivere una nuova storia, ricordando che la storia che decidiamo di raccontare a noi stessi è la più importante di tutte.

 

 

Fermarsi ogni tanto fa bene!

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Quando ci riempiamo la vita di mille impegni, proviamo a chiederci se non stiamo fuggendo da qualcosa. Proviamo a chiederci cosa ci spaventerebbe scoprire se solo ci fermassimo a riflettere su come stiamo e come ci sentiamo.

Oggi le vite di molti sono programmate al secondo, piene zeppe di impegni, e il tempo dedicato alla noia e al “dolce far niente” è quasi inesistente.

Certo, obietteranno alcuni, è la società odierna che ci spinge a vivere così; in un mondo del lavoro competitivo come quello di oggi bisogna lavorare duro per mantenere il proprio spazio, e in particolare quando ci sono i figli piccoli, gli impegni familiari sono davvero tanti.

Non si può negare, però, che oltre alle incombenze “obbligatorie” – come quelle del lavoro e della famiglia – si osserva in molte persone la tendenza a riempirsi le giornate con attività di vario tipo, come se il vuoto le intimorisse, come se il pensiero di trovarsi da sole con se stesse le spaventasse.

Quanti di voi nelle ultime settimane si sono fermati a riflettere su se stessi almeno una volta? E quanti invece vanno avanti come se avessero il pilota automatico, senza mai dedicare un po’ del proprio tempo per guardarsi dentro e capire come ci si sente davvero?

Certo, a volte può sembrare più semplice non sapere, perché poi non avremmo più scuse per non agire, perché il cambiamento, si sa, spaventa sempre un po’.

Eppure fermarsi ogni tanto fa bene, e ritagliarsi uno spazio di riflessione è importante, perché maggiore è la consapevolezza dei nostri stati d’animo e delle nostre emozioni, maggiore la chiarezza di quelli che sono i nostri obiettivi, maggiore è la possibilità che abbiamo di agire ed eventualmente aggiustare la rotta per raggiungere quel benessere interiore che ci consente di godere appieno dei nostri affetti e della nostra vita.

Chi ben comincia… Devo o voglio?

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Gennaio, si sa, è il mese dei buoni propositi. “Devo assolutamente iniziare la dieta”, “Devo trovare più tempo da dedicare a me stessa”, “Devo andare in palestra almeno due volte alla settimana”… e chi più ne ha più ne metta.

Ma cosa ne sarà tra qualche mese di tutte queste buone intenzioni di inizio anno? Come mai solo raramente riusciamo a mantenere i nostri propositi?

In realtà, come Counselor e Life Coach, ho quotidianamente a che fare con gli obiettivi dei miei clienti, obiettivi per raggiungere i quali chiedono il mio supporto, e tante volte mi capita di sentirli usare una parola, che puntualmente li invito a correggere.

Spesso, infatti, li sento dire DEVO e non VOGLIO. E se invece si provasse a sostituire quel devo con un voglio? Perchè sono importanti le parole che usiamo, e non solo quando parliamo con gli altri, ma anche quando dialoghiamo con noi stessi.

E visto che mentire a se stessi è più difficile che mentire a un’altra persona, non sarà complicato capire se quel “voglio” è sincero, o se forse dietro a quel bel proposito non si nasconde un obiettivo nel quale non si crede veramente. E, chissà, forse è proprio quello il motivo che ci impedisce di realizzarlo.

Il mio augurio per questo 2016 appena iniziato è che sia pieno di “voglio” veri e sinceri e di obiettivi raggiunti!

 

 

Il salvagente: il Counseling spiegato con una storia

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“Sono in acqua, arranco, non riesco a stare a galla. Il mare è molto mosso, la riva lontana. Gambe e braccia pesanti, il pensiero poco lucido. Mi mancano le forze, sento che sto per affogare. Grido per chiedere aiuto ma nessuno arriva. Tutti pensano che il mare non sia poi così agitato e poi io so nuotare bene, posso cavarmela da sola. Continuo ad urlare, finché anche la voce si affievolisce. È finita, non ce la faccio più. Non ho più voglia di sbracciarmi, sono stanca. Sento che sto per essere inghiottita ed è quasi un sollievo.

Alla fine però qualcuno arriva, ma non si getta in acqua avventatamente, rischiando la sua stessa vita. No, lui mi lancia un salvagente, dove io possa aggrapparmi per riprendere le forze e riacquistare la lucidità. E intanto è lì che mi osserva, lo sento, so che c’è. Poi piano piano entra in acqua, si avvicina, ce l’ho accanto, e anche se so che non sarà lui a condurmi a riva perché dovrò farlo da sola, so che capisce quello che provo e che mi aiuterà a scoprire perché vedo in burrasca un mare appena agitato e soprattutto perché ho tanta paura di tornare a riva”.

Il compito del Counselor è quello di favorire lo sviluppo e l’utilizzazione delle potenzialità del cliente, aiutandolo a superare quei problemi che gli impediscono di esprimersi pienamente e liberamente nel mondo esterno. Il superamento del problema, la vera trasformazione, comunque, spetta solamente al cliente: il Counselor può solo guidarlo, con empatia e rispetto, a ritrovare la libertà di essere se stesso, risvegliando successivamente la creatività, i talenti, e le responsabilità verso la propria vita e le proprie scelte.