Carezze e bisogno di riconoscimento nell’Analisi Transazionale II – Impariamo a scambiarci carezze

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Per imparare a scambiarci carezze in maniera autentica e appagante, occorre darci il permesso di violare le regole evidenziate da Steiner nell’economia delle carezze.

Per aiutarci in questo percorso, gli Analisti Transazionali Wollams & Brown hanno elaborato dei suggerimenti preziosi e stimolanti:

Dare carezze è OK”. Raramente si vizia qualcuno dandogli troppe carezze positive. Per i primi 18 mesi di vita, o giù di lì, si possono liberamente dare carezze positive ai propri bambini che le assorbiranno e diventeranno felici, ottimisti e avranno un corpo sciolto e sano; e questo sarà un piacevole aiuto per il resto della loro vita. Le carezze positive sono anche ben accette e desiderate anche da bambini più grandi: solo l’eccesso rallenta la crescita. Carezze positive date da amici, innamorati, dipendenti di lavoro e altri avranno come risultato un senso di benessere e piacevoli rapporti reciproci. Se si è aperti a queste carezze, vi sarà una tendenza a ottenere in cambio una quantità uguale a quella data. Molte persone desiderano dare carezze solo dopo averle ricevute dagli altri. Dando per primi si ottengono migliori risultati.

Ricevere carezze è OK”. Ce le meritiamo! Non si deve fare i difficili. Osservate come i neonati o i bambini piccoli non si preoccupano se la carezza è di prim’ordine o superlativa. Prosperano con qualsiasi cosa sia positiva e non si preoccupano neppure di dire grazie, ma solo di assorbire lentamente la carezza e di sentirsi bene. Quando dicono grazie, è segno che hanno ricevuto la carezza e non che volevano compiacere qualcuno. Gli adulti ben educati, che non sanno che è OK ricevere carezze positive, dicono velocemente grazie e si scrollano via la carezza o si irrigidiscono domandandosi cosa devono fare per restituire il favore. Una carezza data liberamente non obbliga a nessuna risposta. Se fa bene, prenditela, godila, senza cercare complicazioni!

Chiedere carezze è OK”. Anche chiedere carezze è OK, e quelle che si ottengono domandandole hanno la stessa importanza di quelle date spontaneamente. Non dobbiamo aspettarci che la gente ci legga nel pensiero quello che desideriamo. Il neonato piange per ottenere il tipo di attenzioni che vuole e ne gioisce quando le ottiene. Questo sistema di chiedere direttamente ciò che si vuole aumenta al massimo le possibilità di ottenerlo, ed è un buon sistema per ogni età.

Rifiutare di dare carezze”. Non si è obbligati a dare agli altri quello che vogliono. Quando si dà mentre in realtà non si ha voglia di farlo, non se ne ricava nessuna gioia e neppure l’altra persona si sentirà bene. Purtroppo quelli che danno carezze, sia quando desiderano che quando non lo desiderano, presumono che gli altri si comportino allo stesso modo, e così svalutano la maggior parte delle carezze che ricevono. Dai solo quello che desideri dare e aiuta a stabilire una onesta gestione delle carezze.”

 

Carezze e bisogno di riconoscimento nell’Analisi Transazionale

berne, steiner, carezze, stroke, analisi transazionaleIn Analisi Transazionale,  una “carezza” (in inglese stroke) è una unità di riconoscimento, una risposta al nostro bisogno di riconoscimento da parte degli altri.

Le carezze possono essere positive (percepite come stimoli piacevoli) o negative (stimoli spiacevoli per chi le riceve).

Le carezze, inoltre, possono essere Verbali, Non Verbali, Positive, Negative Condizionate, Incondizionate.

Esempi dei diversi tipi di carezze:

– verbali: “Ti voglio bene”

– non verbali: avvicinarsi a una persona e darle una  pacca sulle  spalle

– positive: “Mi piaci”

– negative: “Non ti posso vedere”

– condizionate: “Ti compro un gelato se prendi un bel voto a scuola”

– incondizionate: “Ti compro un gelato”

E proprio la fame di riconoscimenti o di carezze, ovvero questo bisogno di quelle che Eric Berne e gli altri autori dell’Analisi Transazionali definivano come l’unità di riconoscimento sociale, con il progredire dello sviluppo psicosomatico si affianca alla fame di stimoli, ossia il bisogno di stimolazione fisica, sensoriale e mentale, e alla fame di struttura, considerata l’estensione dei precedenti bisogni.

Eppure le analisi di Claude Steiner hanno portato in luce che i bambini occidentali vengono allevati secondo una rigida Economia delle carezze, che segue cinque regole fondamentali che costituiscono la base della personale economia di carezze di ciascuno:

– non dare carezze;

– non chiedere carezze quando ne hai bisogno o le desideri;

– non accettare carezze anche se le desideri;

– non respingere le carezze quando non le desideri, o anche se non ti piacciono;

– non accarezzare te stesso.

Con queste regole i genitori insegnano ai bambini che le carezze sono in quantità limitata. Tuttavia i bambini hanno bisogno di carezze per crescere e ben presto imparano come ottenerle, e cioè comportandosi come mamma e papà vogliono. Inconsapevolmente gli adulti continuano a vivere secondo queste regole, ma il prezzo che pagano è quello di una vita parzialmente deprivata, con limitati scambi affettivi e un dispendio di energie alla ricerca di carezze ritenute erroneamente esigue. In tal modo il nostro bisogno di riconoscimento rischia perennemente di rimanere insoddisfatto.

E allora che fare?

… (continua)

 

Un “no” al giorno…

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A tutti capita a volte di dire di sì e poi pentirsene, e qualcuno proprio non riesce a dire di no nella maggior parte delle situazioni. Se per qualcuno dire no è semplice, per altri non lo è affatto.

Dire no implica una serie di questioni relazionali ed emotive. La paura di quello che succederà, di come reagirà l’altro e di cosa penserà di noi, è il sentimento che ci guida, più di altri ragionamenti e valutazioni, anche se spesso si tende a giustificare razionalmente il proprio comportamento. E spesso non si ha la consapevolezza che dire di no, certo nel modo giusto, non porta a una rottura della relazione, non necessariamente.

Nel percorso di counseling, per facilitare l’evoluzione di una persona che “non sa dire no”, il counselor dovrà lavorare sulla sua eccessiva voglia di compiacere, sulla autosvalutazione di sé e delle proprie esigenze, sull’esagerazione-grandiosità delle possibili reazioni altrui.

Si tratterà, in sostanza, di lavorare sul recupero dell’assertività, ovvero di uno stile di comunicazione che consenta di rispettare allo stesso tempo se stessi e i propri interlocutori e di interagire in modo proficuo in molteplici situazioni: al lavoro, in famiglia, con amici e parenti, e con gli estranei.

Differenze tra counseling e psicoterapia

carl rogers,counselor,psicoterapia,clienteAnche se Rogers – considerato il fondatore della terapia centrata sul cliente – in alcuni casi usa i termini counseling e psicoterapia come sinonimi, attualmente per counseling si intende qualcosa di nettamente distinto dalla psicoterapia. Il counseling, infatti, non ha lo scopo di modificare il concetto del Sé lavorando sulla personalità, ma quello di intervenire in aspetti meno strutturali.

Dal momento che il termine counselor, volutamente non tradotto in italiano, potrebbe fuorviare, facendo pensare ad un “consulente” o a qualcuno che dà consigli, è utile far riferimento al verbo latino consulo, nella sua accezione di prendesi cura, venire in aiuto.

Il counseling ha come assunto fondamentale la fiducia incondizionata negli esseri umani: l’obiettivo è il benessere della persona e la piena attualizzazione delle possibilità. Si tratta di una forza innata, che se viene lasciata libera di agire, porta verso quanto ci sia di meglio per la persona stessa. L’individuo, libero di scegliere qualunque direzione, per selezionare i percorsi per lui positivi e costruttivi ha bisogno di quello che Rogers definisce un clima facilitante.

Può capitare che un ostacolo blocchi il tendere al meglio e la persona rimanga come bloccata in una situazione di disagio, di malessere. Il counseling è l’opportunità per una persona sana, ma in difficoltà momentanea, di vivere in modo più consapevole e pieno, aiutata da qualcuno che la faciliti nel riattivare l’uso delle proprie risorse.

Il mezzo privilegiato che il counseling utilizza è la relazione che si instaura fra counselor e cliente, resa possibile da un tipo di ascolto particolare: “creativo, attivo, sensibile, accurato, empatico, non giudicante”.

Assistiamo negli anni alla trasformazione progressiva di un metodo terapeutico in una filosofia di vita e delle relazioni umane: il paziente diventa cliente e poi persona, positiva e attiva.

Nel counseling, il temine cliente viene introdotto proprio per sottolineare un rapporto alla pari, fuori dalla logica del paradigma medico–paziente, tipico della psicoterapia. Il counselor non detiene una conoscenza che il cliente non ha, ma possiede certe abilità che gli permettono di gestire la relazione fra due soggetti: la persona viene intesa come Altro che partecipa attivamente in quel rapporto dialogico Io –Tu, alla pari, e chi viene aiutato non rinuncia ad aiutarsi, perché ne ha tutte le capacità e perché è il miglior esperto di se stesso, nella responsabilità totale delle proprie scelte.

Settimana della consapevolezza della salute mentale

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Le ricerche dimostrano che fare del bene migliora la propria salute mentale. La Mental Health Foundation celebra dal 21 al 27 maggio la Settimana della consapevolezza della salute mentale chiedendo a tutti di rivolgere atti di gentilezza nei confronti di estranei e di sconosciuti e condividerli con la fondazione.

Condividete anche voi le vostre azioni a favore del prossimo e segnalatele nella pagina Facebook della Mental Health Foundation.

Perché aiutare gli altri è il modo migliore per avere a cuore la nostra salute mentale.

 

Specchio, specchio delle mie brame… Come sopravvivere alle influenze di una madre narcisistica

biancaneve.jpgNell’omonima favola, Biancaneve viene perseguitata dalla sua matrigna finché non diventa maggiorenne e riesce (grazie anche all’aiuto di un principe innamorato) a liberarsi e a vivere la vita che desidera.

Sono sempre rimasta affascinata da questa fiaba e ci sono alcune questioni che mi hanno sempre lasciata perplessa. In particolare:

– Perché il padre di Biancaneve concede alla sua nuova moglie il potere di ferire la sua amata figlia?

– Perché nessuno si oppone alla crudeltà della matrigna?

– Come fa una principessa a sapere come prendersi cura di sette nani?

– Perché si nasconde invece di combattere contro la sua malvagia matrigna?

Molte persone (sia donne che uomini) sono costrette a sopportare madri (e padri) crudeli nonostante il fatto che quei genitori, che dovrebbero prendersi cura dei loro figli (o figliastri), non facciano che umiliarli, criticarli o ignorarli. La violenza può assumere diverse forme ed è particolarmente dannosa quando viene esercitata “nel bene del bambino”, perché genera nel figlio o nella figlia un forte senso di colpa.

La settimana scorsa mi è capitato tra le mani un libro che è stato una sorta di rivelazione. Cercavo qualche testo che potesse aiutarmi a capire meglio la seguente questione: nonostante una sicurezza finanziaria e una carriera interessante, alcune donne si sentono vuote dentro e provano la sensazione di non essere “mai all’altezza”, a prescindere da ciò che fanno (ad esempio, nella carriera, con i figli, nelle relazioni). La maggior parte delle persone che si trovano ad affrontare questo tipo di problema sono molto motivate ad intraprendere una terapia e riusciranno a capire molto analizzando la relazione con la propria madre.

Spesso queste donne inizialmente descrivono le proprie madri come le loro migliori amiche. Successivamente, però, emerge che questa amicizia funziona in una sola direzione: fino a quando la figlia focalizza la sua attenzione sulla madre le cose vanno relativamente lisce, ma non appena la figlia osa mettere se stessa al centro dell’attenzione, la madre non riesce ad accettarlo. Queste donne si sentono in debito con le loro madri ed è come se fosse loro responsabilità renderle felici. Tuttavia, per quanto si sforzino, la madre tenderà a sminuire o semplicemente ad ignorare i loro sforzi, o agirà come se quel tipo di comportamento sia loro dovuto.

Karyl McBride spiega questo fenomeno nel suo libro Will I ever good enough? Healing the daughters of narcissistic mothers (Tantor Media, 2009), nel quale descrive come le figlie di madri narcisistiche diventano o altamente performanti (eppure insoddisfatte) oppure autosabotatrici (per esempio, attraverso il loro comportamento o relazioni malsane).

Anche se non sono d’accordo che siano solo le figlie femmine ad essere interessate da queste problemi, perché mi è capitato di avere clienti maschi con problematiche simili, tuttavia questo libro rappresenta un’utile fonte sia per i terapeuti che per i clienti, stimolando idee provocatorie e aiutando a comprendere come scendere a patti con la relazione con la propria madre, e come andare oltre, anche senza l’aiuto di un principe affascinante.

Ma tornando ad una delle domande iniziali: perché il padre di Biancaneve non l’ha mai difesa? Probabilmente era troppo impegnato ad occuparsi delle esigenze della regina e non aveva energie per prendersi cura della principessa (e avrebbe anche dovuto pagare lo scotto per aver preferito la principessa alla regina).

Traduzione da MIRROW, MORROW ON THE WALL… Or how to survive the influences of your narcissistic mother di Di Carmen Von Haenisch

 

L’analisi transazionale

Berne.jpgL’analisi transazionale è una teoria psicologica che studia l’individuo all’interno dell’ambiente in cui vive, attraverso i comportamenti che manifesta. Essa permette di leggere le relazioni umane e rende più agevole attuare un cambiamento; si tratta, infatti, di una teoria che focalizza la possibilità di cambiamento e miglioramento nelle varie situazioni. Non si limita dunque a diagnosticare, e non si interessa alla cause e ai perché ma al come, alla modalità con cui si svolge una relazione interpersonale.

Utilizza un linguaggio semplice, immediatamente percepibile e consente così che anche chi non abbia conoscenze psicologiche approfondite possa esserne coinvolto e possa utilizzarne alcuni spunti per migliorare le relazioni e il suo benessere personale, agendo sui comportamenti.

La teoria originaria dell’Analisi Transazionale è stata elaborata dallo psichiatra Eric Berne sul finire degli anni ’50.

Se due o più persone si incontrano, prima o poi l’una si metterà a parlare e darà qualche segno di aver percepito la presenza dell’altro. Questo si chiama uno stimolo transazionale. L’altra persona farà o dirà qualcosa in relazione a quello stimolo e questo è ciò che chiamiamo una risposta transazionale

L’unità di rapporto interpersonale è ciò che chiamiamo “transazione”, sinonimo di “scambio”. (continua)