Carl Rogers – Seconda parte

Nel 1942 viene pubblicato Counseling and Psychotherapy, l‘opera di Carl Rogers che getta le basi della sua Terapia centrata sul cliente e del movimento di psicologia umanistica, secondo la quale non sono le pulsioni istintuali a motivare il soggetto, ma piuttosto il bisogno di conoscere, di esprimersi, di relazioni gratificanti e di autorealizzazione.

Per la prima volta vengono pubblicate le sedute integrali di psicoterapia registrate al magnetofono, novità questa di grande importanza in quanto, fino ad allora, ci si basava solo sui ricordi e gli appunti del terapeuta. Ora il colloquio diviene oggetto di indagine obiettiva e porta la psicoterapia ad un ambito scientifico ricco di studi.

Nel 1944 Rogers torna a Chicago, sua città natale, dove fonda il primo counseling center all’interno del quale, oltre alla terapia, conduce anche attività di ricerca. Come risultato di queste ricerche, alcuni anni dopo viene pubblicato il libro Client-centered-Therapy, testo fondamentale e manifesto del pensiero di Rogers, nel quale vengono ampliate tematiche già affrontate in Counseling and Psychotherapy.

A fronte delle critiche per l’eccessiva passività del terapeuta e la distanza dall’aspetto affettivo, Roger precisò che quello che conta non è l’assenza di direttività, ma la presenza nel terapeuta di certi atteggiamenti verso il cliente, consistenti nel: rispetto, clima caloroso e affettuoso, fiducia nei confronti del cliente e sforzo nel raggiungere una comprensione empatica dei suoi problemi. In particolare, Rogers sottolinea che il valore della relazione terapeutica dipende dall’abilità che il terapeuta ha nell’entrare in contatto empatico con il cliente.

Nel 1957 ottiene la cattedra di Psicologia e Psichiatria all’Università del Wisconsin. All’interno del dipartimento di psichiatria Rogers sperimenta la sua Terapia centrata sul Cliente con pazienti psicotici, ottenendo ottimi risultati. Risultati che pubblica nel 1967 nel libro The Therapeutic Relationship and its Impact: A Study of Schizophrenia.

Nel 1964 abbandona l’insegnamento e si trasferisce in California al Western Behavioural Science Institute di La Jolla. Nel 1969 fonda, insieme ad altri colleghi, il Center for the Study of the Person e, successivamente, l’Institute of Peace per lo studio e la risoluzione dei conflitti.Il 28 gennaio 1987, poco prima di morire, viene candidato per il Premio Nobel per la pace. Muore nel 1987 per un attacco cardiaco, a 85 anni, dopo aver speso gli ultimi anni della sua vita a girare il mondo per spiegare le sue teorie.

Carl Rogers – Prima parte

carl-rogers.jpgLo psicologo statunitense Carl Ramson Rogers è considerato il fondatore della Terapia non direttiva (anche nota come Terapia centrata sul cliente) ed è conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sul counseling e la psicoterapia.

Nasce a Chicago l’8 gennaio 1902, e nel 1914 la sua famiglia si trasferisce in campagna per dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento degli animali.

Nel 1922, in occasione di una conferenza internazionale organizzata dalla Federazione Mondiale degli Studenti Cristiani, si trasferisce in Cina per alcuni mesi insieme ad un gruppo di studenti americani. Questo soggiorno gli permette di confrontare la cultura occidentale con quella orientale e gli dà modo di chiarire a se stesso molte scelte della sua vita. Non appena rientrato negli Stati Uniti, infatti, abbandona gli studi religiosi precedentemente iniziati, per intraprenderne altri a carattere psicopedagogico.

Dopo un anno di internato presso l’Istitute for Child Guidance di New York, viene assunto al Child Study Department di Rochester dove collabora a progetti volti alla prevenzione della crudeltà sui bambini.
Inizia quindi, su incarico dei tribunali il lavoro clinico centrato sulla diagnosi e la rieducazione dei soggetti con comportamenti delinquenziali e con ritardo mentale

Nel 1924 sposa Helen Elliot che, in seguito, gli darà due figli: David e Natalie.

Affascinato e stimolato sia dalle teorie di Otto Rank che dalla corrente europea dell’esistenzialismo, Rogers pubblica nel 1939 il suo primo libro: The Clinical Treatment of the Problem Child.

Nel 1940 elabora la Terapia non Direttiva secondo la quale l’individuo tende all’autorealizzazione e struttura il proprio Sé ricercando un accordo tra la valutazione-accettazione dei valori suggerita dall’esterno, e quelli conformi alla richiesta di autorealizzazione. Secondo tale approccio, l’accettazione di comportamenti impropri (ovvero incongruenti col sistema di valori rivolti all’autorealizzazione del soggetto) sarebbe causa del disagio che motiva il ricorso alla terapia, la quale ha lo scopo di rivitalizzare le naturali capacità di autoregolazione del cliente.

 

Il corpo non mente, le parole a volte sì

emozioni.jpgNel settore della relazione facciamo affidamento quasi esclusivamente sulla comunicazione di tipo non verbale, o analogica, e così facendo ci discostiamo assai poco dall’eredità che ci hanno trasmesso i nostri antenati mammiferi.
Ogni volta che la relazione è il nocciolo centrale della comunicazione, allora il linguaggio di contenuto diventa pressoché privo di significato. È qualcosa che vediamo quando si corteggia, quando si ama, quando si entra in conflitto, quando si aiuta qualcuno. È difficile sostenere una bugia nel regno del non verbale e più forti sono le emozioni coinvolte nella comunicazione, e meno la comunicazione non verbale è sotto il nostro controllo consapevole.
Diventa quindi importante rendersi conto della propria comunicazione non verbale e anche saperla cogliere negli altri, perché ci permette di approfondire il livello della comprensione reciproca catturando informazioni preziose sullo stato emotivo dell’altra persona, conferme e incongruenze, desideri inespressi ed esitazioni, resistenze e aperture.
I principali settori nei quali si esprime la comunicazione non verbale, come è noto, sono i seguenti:
• L’espressione del volto, capace di trasmettere le emozioni più disparate.
• Lo sguardo, laterale o diretto, sfuggente, rivolto verso terra o verso l’alto.
• I gesti ed il movimento del corpo, volontari o involontari. C’è qui da notare che il potere personale e l’età, con il loro accrescersi, hanno l’effetto di ridurre notevolmente i gesti utilizzati dalla persona, a favore di altri mezzi espressivi.
• La postura, rilassata o rigida, ripiegata, eretta, curva, instabile.

La nostra autostima, l’immagine che coltiviamo di noi stessi, dipende in gran parte dai messaggi di conferma o disconferma che ci arrivano dagli altri. È come se, comunicando con un’altra persona, gli dicessimo: ”Ecco come io vedo me stesso”. La risposta che possiamo ottenere dall’altro, a seconda del suo atteggiamento di risposta, è una delle seguenti: “Sono d’accordo su come tu vedi te stesso”, risposta che dà conferma alla persona sul proprio modo di essere; oppure “Non sono d’accordo su come tu vedi te stesso”, risposta che rifiuta il modo di vedersi della persona ma prende in considerazione la persona in quanto tale, tanto è vero che l’interlocutore si degna di risponderci a tono; oppure ancora “Non ti vedo proprio!”, risposta disconfermante della persona in quanto tale.

Cosa significa “comunicare”?

comunicazione.jpgPotremmo definire la comunicazione come una forma di relazione sociale con cui le persone interagiscono fra loro, si scambiano informazioni, mettono in comune esperienze. Comunicare consiste nella trasmissione di un messaggio da un emittente che lancia un messaggio, attraverso un canale, ad uno o più riceventi. Se questo o questi rispondono, e diventano emittenti a loro volta, allora si instaura una comunicazione di tipo circolare. Questa informazione di ritorno, detta anche feedback, consente all’emittente originario di capire se il ricevente ha percepito e decodificato il messaggio correttamente, secondo le intenzioni di chi lo ha emesso.

Occorre dire, infatti, che noi comunichiamo in rapporto a quanto e a come l’altro percepisce ciò che volevamo comunicargli.

Sono vere, infatti, tutte le seguenti affermazioni in merito alla comprensione dei messaggi:

  • Quello che conta non è ciò che diciamo ma ciò che il nostro interlocutore capisce.
  • Nessun messaggio viene ricevuto passivamente.
  • Molti messaggi subiscono un’immediata e profonda trasformazione.

Il Feedback Fenomenologico

(dall’inglese feed = nutrire/alimentare; back = indietro)

Il feedback o retroazione, è un ritorno d’informazione e serve ad agevolare l’apprendimento e ad ampliare la presa di coscienza e la consapevolezza. La percezione della reazione prodotta in altri da un proprio comportamento può essere utile a rendere un proprio agire futuro più adeguato, appropriato e funzionale alle nostre necessità o all’ambiente circostante.

Questo meccanismo di aggiustamento naturale esiste anche nei sistemi biologici: è il segnale con cui un organo periferico risponde all’organo centrale che lo ha stimolato, modificando l’azione e quindi provocando un’autoregolazione del sistema. In un setting strutturato di psicoterapia individuale in gruppo “Gestalt”, il feedback assume notevole rilevanza ed è di grande utilità sia per chi effettua una esplorazione terapeutica, sia per chi ne è testimone.

Il feedback può effettuarsi per:

  • Richiesta – in questo caso la persona che ha effettuato l’esplorazione terapeutica sceglie un membro del gruppo come referente dal quale vuole ascoltare le risonanze provate durante il lavoro terapeutico.
  • Offerta – un membro del gruppo vuole spontaneamente offrire un contributo che può essere utile a chi ha effettuato il lavoro, e chiede se vuole essere ascoltato.
  • Scarica pulsionale – un lavoro appena terminato ha coinvolto eccessivamente un altro membro del gruppo, che sente il bisogno di scaricarsi e, quindi, può chiedere di prenotarsi per un’esplorazione utilizzando le risonanze e le tensioni interne suscitate da questo vissuto per una messa in azione consapevole, oppure, non sentendosi ancora pronto per lavorare su questo vissuto, di potersi esprimere soltanto per ridurre la pressione interna con un acting-out concordato ed accettato.

 

Questa prassi metodologica è stata creata per tutelare i partecipanti e favorire la possibilità di esplorazioni emotive in profondità.

I lavori regressivi servono a riappropriarsi delle emozioni primarie (paura, rabbia, tristezza, affetto, gioia). Poiché chi fa un lavoro di esplorazione emotiva profonda può provare angoscia, in quanto affronta una situazione considerata rischiosa e vive un momento di estrema delicatezza a livello sia psichico che corporeo, è necessaria molta attenzione e molto rispetto. Sono perciò da evitare: giudizi, interpretazioni e soluzioni non richieste, generalizzazioni, domande investigative. Dopo il lavoro, essendo la persona ancora fragile, il feedback può essere nutriente e di arricchimento o, se fatto in maniera non corretta, può risultare dannosamente tossico ed indigesto.

Per questo motivo, nel dare il proprio feedback è fondamentale astenersi dal Valutare (giudicare), Indagare (fare domande per arrivare alla nostra soluzione, investigare), Soluzionare (consigliare, risolvere le situazioni per conto di un’altro), Sostenere eccessivamente (non bisogna mai e poi mai banalizzare, dire cose come “è normale”, “ci sono passato anche io”, ecc.), Interpretare (partire da un’idea preconcetta sul paziente).

Da qui l’acronimo V.I.S.S.I.

 

Un corretto feedback fenomenologico, verrà dato utilizzando espressioni come:

ho visto /vedo…

ho sentito / sento…

ho immaginato / immagino…

ho pensato / penso…

 

Un esempio di feedback può essere “Durante il tuo lavoro ho visto/osservato che… , dentro di me ho sentito/provato… , ho quindi immaginato e pensato che… “.

 

In tal modo si può presumere che ciò che vedo riguarda la mia percezione oggettiva, mentre ciò che immagino sia la proiezione dei miei vissuti e quello che sento appartenga al transfert come identificazione.

La proiezione è un’operazione con la quale il soggetto espelle (ritrovandoli poi nell’altro) le qualità, i sentimenti, desideri propri che disconosce o rifiuta. Questo atto proiettivo è il risultato della collusione simultanea tra un evento attuale (vissuto adesso nel qui ed ora) ed un evento traumatico (ferita aperta del passato somigliante). La proiezione è una specie di interpretazione contaminata dal passato e rievocata da un evento attuale. Spesso è inconscia e passa inosservata. Il transfert è generalmente una risposta susseguente ad una proiezione ed include un’identificazione. Quindi, è meglio considerarlo un alleato per la terapia, piuttosto che una resistenza. Proiezione e transfert sono elementi utili per evitare lo spavento della novità del presente. Riprodurre l’antico attaccamento diventa un mezzo per non entrare in contatto con la relazione attuale e nascondere l’incertezza. L’esperienza del nuovo è nutriente, a condizione che operi un adattamento creativo, altrimenti viene vissuto come fonte di noia, paura, fastidio e sofferenza.

 

Cos’è il counseling

 

La definizione ufficiale data da S.I.Co. (Società Italiana di Counseling) è la seguente: “L’intervento di Counseling può essere definito come la possibilità di offrire un orientamento o un sostegno a singoli individui o a gruppi, favorendo lo sviluppo e l’utilizzazione delle potenzialità del cliente”.

Il Counselor è, quindi, una figura professionale in grado di favorire, con le proprie conoscenze e competenze, la soluzione ad un quesito postogli dal Cliente (individuo e/o gruppo).

Per chi sente parlare di counseling per la prima volta, può essere, tuttavia, interessante conoscerne le origini, la natura e gli scopi, nonché le differenze con la psicoterapia.

A differenza della psicoterapia, che si occupa di disagio psicologico acuto o cronico con interventi a breve, medio o lungo termine, miranti a ristabilire l’equilibrio psichico o a riorganizzare l’assetto della personalità complessiva, il counseling interviene (sempre nel breve/medio termine) per cercare di impedire che la crisi temporanea si trasformi in disagio, per ampliare la prospettiva angusta del cliente intorno ad un problema, per sostenerlo a fronte di un evento imprevisto spiacevole o di una decisione delicata da prendere, o, ancora, per accompagnarlo in un momento in cui si trova alle prese con eventi o situazioni che lo disorientano.

Il patrimonio teorico che ha dato origine alla psicoterapia è quello psicoanalitico, con un forte orientamento alla rilettura del passato; le radici teoriche del counseling sono invece fenomenologico-esistenziali, ovvero hanno da subito posto al centro del proprio interesse il vissuto individuale e l’osservazione del fenomeno (inteso come ciò che accade qui e ora nella relazione con il cliente). Questo non perché non sia possibile una lettura ipotetica delle motivazioni inconsce, ma perché tale lettura, oltre ad essere poco compatibile con gli scopi del counseling, allontana dal contatto con il cliente e lo de-responsabilizza, ponendo il counselor nel ruolo dell’esperto-che-sa, laddove il suo compito è quello di agevolatore.

Nonostante le profonde differenze, counseling e psicoterapia condividono, tuttavia, alcuni importanti strumenti quali l’instaurazione e il mantenimento di una relazione autentica con il cliente – basata sull’empatia, sull’ascolto attivo, sull’accettazione incondizionata e sulla congruenza tra linguaggio verbale e non verbale – nonché il concetto di responsabilità del cliente (nel counseling) o paziente (in psicoterapia) nei confronti del proprio processo di cambiamento.

 

Punto di svolta

A volte un episodio ci illumina su una situazione più di quanto non siano riuscite a fare ore ed ore di ragionamenti a tavolino. Ed è così che, all’improvviso, ci accorgiamo che la soluzione è molto più a portata di mano di quanto non pensassimo.

A volte ci sembra di trovarci in un vicolo cieco dal quale nulla e nessuno riuscirà mai a farci uscire, senza la speranza di trovare quel filo di Arianna in grado di condurci fuori dal labirinto.

Ma quel filo c’è, si tratta solo di cambiare prospettiva, e allora riusciamo a vedere non solo un filo ma una vera e propria cima da marinaio, grossa e resistente, in grado di reggere tutto il peso di chi sta andando a fondo ed ha bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi.